E non era possibile non rimanere attratti dall’incontro sulla “Evangelii gaudium” nei suoi aspetti sociali, tenutosi lo scorso 13 maggio all’Università di Trieste. Attratti dai contenuti espressi dalle relazioni e conseguente dibattito, ma in particolare attratti dalle personalità che su tale tema si sono confrontate, su invito della Pastorale Universitaria.
Coordinate dal prof. Pittaro, si sono succedute le relazioni del nostro Arcivescovo e del prof. Stefano Zamagni: uno sviluppo delle implicazioni per la dottrina sociale della Chiesa dell’esortazione apostolica di Papa Francesco la prima, le indicazioni di quest’ultima per il mondo dell’economia la seconda.
L’impressione complessiva al termine dell’incontro, però, è molto più che quella di aver assistito ad un organico sviluppo del tema proposto. La cosa che più ha colpito è stata la percezione del compito urgente e importantissimo che ha oggi la Chiesa, quello cioè di far vedere alla nostra società tutto il bene per l’uomo che può nascere dalla fede. Una fede non intimistica, come ha ricordato lo stesso Crepaldi, ma una fede incarnata, autenticamente inculturata, in grado di offrire un orizzonte nuovo e un “di più” a ogni ambito umano.
Tale compito è emerso proprio dai due relatori, dalle loro persone, in un tutt’uno coi contenuti da loro espressi. C’è un grande lavoro da fare e infinite possibilità di bene davanti a noi, ma abbiamo bisogno di persone in grado di mostrarcele con la loro fede e con il giudizio che da tale fede scaturisce.
Ogni realtà che si chiude in se stessa, ha spiegato infatti l’Arcivescovo citando l’esortazione apostolica, diventa irrimediabilmente sempre meno se stessa: così è per la Chiesa e per ogni società. Ma da dove può nascere una apertura sempre nuova? Da un “di più” di senso che sfidi quel rarefarsi del senso delle cose che sembra attanagliare la nostra Europa. Qual è allora il “di più” che la Chiesa reca con sé? Proprio la fede in Cristo, nella Sua fedele presenza di Dio tra gli uomini.
Questo investe ciascuno di noi di una responsabilità grande, perché ciascuno come cristiano è chiamato a lasciarsi interrogare da qualcosa di più grande di sé, e a rispondervi anche socialmente e politicamente. Papa Francesco, ha sottolineato Crepaldi, segue da vicino Paolo VI, che ha indicato nella politica una altissima forma di carità. Compito della Chiesa non può essere quindi solo quello di farsi carico delle patologie sociali, ma essa deve avere il coraggio di dire la sua anche sulla fisiologia sociale.
Questo di Crepaldi, che è un appello al mondo politico e al mondo cattolico in genere, parte dalla constatazione della situazione di difficoltà che vive la politica in se stessa, prima ancora che i politici. Da dove ripartire? Dalla grande tradizione di santità della Chiesa: i santi sono coloro che hanno saputo rendere reale il cristianesimo nel loro tempo. La sfida vale oggi per ciascuno di noi.
Il prof. Zamagni ha accolto l’appello di Crepaldi e, dal punto di vista più specificamente economico, ha dato ragione, rinforzandone pure i richiami, della sua lettura. Il capitalismo è divenuto una forma di religione, arrivando a bloccare l’economia di mercato su un modello che ha mostrato ormai tutti i suoi limiti, incapace di affrontare una sfida storica totalmente nuova come quella della globalizzazione. Un tempo la politica definiva i fini e l’economia indicava i mezzi: ora, ha affermato Zamagni, è l’economia a stabilire i fini e la politica è utile solo per reperire i mezzi. Tale drammatico rovesciamento, di cui il professore ha portato alcuni esempi attualissimi, è l’indice della crisi della politica indicata da Crepaldi.
Quali sono allora i punti contenuti nella “Evangelii gaudium” da prendere in considerazione per uscire dall’assurdo di un mondo, il nostro, che – citando Shakespeare – è ormai costretto a chiedere permesso al vizio per esprimere la virtù? Sono essenzialmente tre: l’insostenibilità dell’aumento endemico e sistemico delle diseguaglianze sociali causate da impostazioni economiche basate sulla “tesi dello sgocciolamento”; la ricomprensione del lavoro non come diritto sociale, bensì come bisogno dell’uomo, il che invita a una ricategorizzazione di tutta la questione del lavoro in linea con i principii ispiratori della nostra Costituzione. Infine la questione, già indicata dai padri costituenti, dei beni comuni e della loro gestione.
Il professore ha concluso con una citazione a braccio di Kafka, che riassume anche il valore di tale incontro per la Pastorale Universitaria. Egli diceva che la l’impazienza è un peccato, fonte dei peggiori mali per l’umanità: ma se l’impazienza ha causato la cacciata dei progenitori dal Paradiso, è l’inerzia che impedisce loro di tornarvi. Tale appello è rivolto a ciascuno di noi, certi del “di più” che è Cristo.