Il prossimo mercoledì 25 novembre, nella cattedrale di San Giusto, S. E. l’Arcivescovo presiederà alle ore 19.30 la concelebrazione della Santa Messa di inizio Anno Accademico. Questa ricorrenza annuale, che vuole offrire a tutto il mondo accademico triestino un momento di preghiera e di affidamento dell’intero anno a Dio, cade in momento storico particolarmente cruciale, col quale non può esimersi dal confrontarsi.

Anche il nostro Ateneo lo scorso lunedì ha osservato il minuto di silenzio in memoria delle vittime degli attentati di Parigi. La portata dell’attacco sferrato alla nostra civiltà non può essere più evidente: in ballo c’è una visione del mondo e dell’uomo, la nostra occidentale, che viene sfidata da una cultura che non ne tollera gli sviluppi.

In questi giorni, in cui veniamo sommersi dalle opinioni e dai commenti che – anche comprensibilmente – tentano di inquadrare quanto accaduto, uno in particolare mi ha colpito, apparso sul Corriere della Sera a firma di Severgnini. Probabilmente ciò che ha richiamato la mia attenzione è il riferimento che fa alla preghiera, che è proprio quello che primariamente intendiamo fare celebrando una Santa Messa per l’Università.

«Piangere e pregare non basta», questo era il succo dell’intervento di Severgnini. Di fronte alla strage dovremmo secondo lui interrogarci su molte cose, come il funzionamento dei servizi di intelligence o la posizione degli islamici europei, ma soprattutto dovremmo spingere i nostri ragazzi a uscire per strada «ad ascoltare musica e ballare, stasera, nelle nostre belle città autunnali».

Tutto qui? Di fronte a quanto accaduto la nostra risposta dovrebbe essere di ascoltare musica e ballare? Che è come far finta che non sia successo niente. Continuare indifferenti per la propria strada senza fermarsi neanche un secondo a chiedersi il significato che hanno per noi questi fatti. Questo è il massimo che sappiamo proporre? E la nostra strada quale sarebbe, quella di cantare e ballare?

Mi pare che queste parole mettano in luce tutta la pochezza spirituale che gli stessi estremisti ci rinfacciano. Ma la preoccupazione maggiore è che a tale pochezza – forse – ci stiamo poco a poco tutti assuefacendo. L’islamismo scatena la sua irrazionale ferocia contro una cultura del nulla: è questo che non viene tollerato del nostro mondo. Com’è possibile non sentirsi provocati da questa sfida? A quale stordimento del cuore e della mente si deve essere abituati per non rendersi conto che – forse – qualche domandina su cosa la nostra cultura stia proponendo al mondo dovremmo farcela? Com’è possibile non avere un sussulto di fronte a questi fatti, che non si limiti all’emozione momentanea, al tricolore su facebook, alla marsigliese tutti insieme, o peggio all’affermazione arrogante di una nostra preconcetta superiorità?

Il Santo Padre, commentando a caldo quanto accaduto, ha affermato che tutto ciò «non è umano»: niente di più vero. Ma siamo tanto sicuri di sapere ancora, noi occidentali, che cosa è umano? Che idea di uomo, e quindi di noi stessi, abbiamo?

È per recuperare tali domande e trovare una risposta là dove sappiamo di poterla trovare che ci raduniamo in preghiera nella Santa Messa. Non certo per una residua consolazione, ma per poter essere all’altezza della nostra umanità.

Un nostro giovane universitario egiziano, che ha preso parte alla sollevazione del 2013 nel suo paese contro il partito dei Fratelli Musulmani, al nostro ultimo incontro ha detto: «Voi qui non sapete che significa vivere a contatto con la morte, mentre nel mondo arabo questo è normale. Per questo, quando andate alla Messa, voi pregate per chiedere a Dio che cambi le cose, che vi aiuti e non vi faccia capitare niente di male. Quando io uscivo di casa, invece, letteralmente non sapevo se quello stesso giorno sarei tornato a casa. Lo facevo perché ritenevo giusto sacrificarmi per i miei fratelli, perché volevo contribuire a lasciare loro un mondo migliore. Allora, quando andavo alla Messa, io non pregavo Dio di cambiare le cose: gli chiedevo di farmi la grazia di trovarmi pronto se fosse giunto il mio momento. Avevo paura, perché non sapevo se ero pronto: per questo pregavo. Gli chiedevo di cambiare me, non di cambiare gli altri».

Mi pare che in queste parole più che in altre sia racchiuso il significato della Messa di inizio anno accademico e l’occasione che essa rappresenta per tutto il mondo universitario, chiamato in modo particolare oggi a mettersi in discussione, per ritrovare il fondamento della nostra cultura e della nostra umanità.

Intervento di Don Rudy Sabadin Delegato Vescovile per la Pastorale Universitaria diocesana pubblicato sul settimanale Vita Nuova